AMARE: “ODI AUT AMO”?


Saggio breve



“Cos’è l’amore?” questa una delle domande più ricorrenti nella vita di ogni uomo. Infatti il trovare una persona con cui condividere la propria vita è un bisogno, oltre che fisico, anche dell’animo.
Proprio per questo motivo l’amore è stato da sempre il sentimento maggiormente decantato dai poeti di ogni epoca. Ovviamente ciascuno di loro ne ha parlato in maniera differente secondo quella che è stata la propria esperienza amorosa. La particolarità che accomuna tutti loro, pur essendo lontani gli uni dagli altri nel tempo e nello spazio, è l’aver scritto poesie che non lodassero esclusivamente la bellezza dell’amore, ma rappresentassero l’ambiguo rapporto tra i due amanti che a volte era dominato della passione travolgente, altre dalle dolcezze amorose ed altre ancora dall’odio per un tradimento o per l’amore non corrisposto.
Già Catullo, poeta lirico latino, nel suo “Odi et amo” evidenziava proprio la contraddizione che viveva nel suo animo; in pochissime righe è riuscito a sintetizzarci in maniera egregia il suo stato d’animo, una condizione che neanche lui riusciva a spiegarsi ma che lo tormentava profondamente (sed fieri sentio et excrucior).
Amare e odiare contemporaneamente una persona… può sembrare strano, certo, ma non impossibile. Catullo amava profondamente Lesbia, per lei provava una forte attrazione dal punto di vista passionale, ma a lui questo non bastava. Ciò che provava per Lesbia ricopriva tutta la sfera semantica del verbo amare.
Il suo non è un “eros paidikòs” (amore per i fanciulli) ma doveva essere un amore sancito dal “foedus”, ossia da un patto d’amore che non si limitasse all’amore, inteso in maniera sensuale, ma anche al volere bene, indicando il desiderio di un sentimento più complesso, fatto di stima, di amicizia, di affetto e di tenerezza.
Ma il sentimento di Lesbia non aveva la stessa valenza. Per lei Catullo è stata una delle tante avventure, un amante che le ha lasciato dei bei ricordi, ma che poco dopo è divenuto monotono, non trasmettendole più quelle passioni di cui sentiva il bisogno.
Di conseguenza, ferito dalla rottura del loro “foedus”, Catullo non può far altro che detestare quella donna che gli ha fatto impazzire il cervello, come scritto nel carme LXXV, facendo sì che egli non potesse più volerle bene come un tempo, ma neppure cessare di amarla.
L’amore è un sentimento totalizzante, che quando ti prende non ti concede più l’opportunità di liberartene. Catullo, nel carme VIII, in un colloquio con se stesso, cercherà razionalmente di convincersi che questo amore è finito, ma non potrà fare a meno di ricordare i bei momenti passati insieme e di domandarsi con chi adesso la sua amata passerà quei giorni pieni d’amore. Le esortazioni a se stesso sono inutili. Egli la amerà per sempre, anche se questo amore resterà inappagato.
Anche autori greci hanno trattato il motivo del dissidio interiore generato dall’eros. Tra questi uno dei primi esempi fu Anacreonte che, come Catullo in “odi et amo”, in un distico – “Di nuovo amo e non amo, sono e non sono pazzo” – è riuscito ad esprimere la lacerazione del suo animo, in cui convivono due sentimenti così contrapposti.
Un altro esempio ci viene dato dal poeta elegiaco del VI sec a.C., Teognide, che sarà vittima dell’amore non corrisposto nei confronti del suo allievo Cirno.
Anche tragediografi greci, come Sofocle nell’Elettra, hanno raggiunto la massima espressività dell’io tormentato (Elettra: Sappi che tu sei l’uomo che in un sol giorno più ho odiato e più ho amato).
Tale sdoppiamento dell’amore si riversa poi nella visione dell’amata che appare degna ora di lode, ora di rimproveri e di disprezzo. Ciò si evidenzia perfettamente mettendo a confronto due coppie di componimenti rispettivamente di Catullo e di Petrarca. Il primo, nel carme XXXVII, si scaglia con parole molto forti contro coloro che adesso godono della donna che solo lui ha amato veramente, definendoli “bordello d’arrapati” e, nel carme CVII, loda il ritorno di Lesbia, che egli “bramava” tanto.
Tra i poeti più recenti, quello che meglio incarna i sentimenti espressi da tali autori è sicuramente Petrarca (1304-1374). La sua vita sarà sempre in bilico tra il vaneggiare dietro l’oggetto della sua passione amorosa, ossia Laura, e l’irresistibile passione che ella esercita su di lui.
Ma a differenza di Catullo, quello del Petrarca sarà un amore inappagato e ciò provoca in lui sofferenza e condanna ad una vita di infelicità. Anche in questo caso, come abbiamo visto sopra in Catullo, Petrarca traduce questa ambivalenza di sentimenti in una duplice visione della donna, che sarà alla base di tutto il “Canzoniere”.
Infatti, l’intera opera può essere suddivisa in rime in vita di madonna Laura, in cui la donna appare austera e fredda nei confronti del poeta, e rime in morte di madonna Laura, dove invece si mostra comprensiva e compassionevole verso Petrarca, consapevole ormai del fatto che il loro amore non potrà più trovare compimento.
Il suo animo contraddittorio viene mostrato in maniera molto evidente nei due sonetti “Benedetto si’ il giorno il mese e l’anno” e “Padre del ciel dopo i perduti giorni”. Entrambi i componimenti sono ambientati il venerdì santo, giorno in cui il poeta incontrò per la prima volta Laura.
Nel primo il Petrarca benedice tutto ciò che è legato all’amore nutrito per Laura: il primo giorno ed il luogo in cui si incontrarono, gli affanni procuratigli da quando Amore li ha congiunti, tutti i componimenti che ha scritto per lei.
Il secondo, che segue immediatamente il precedente, quasi a rimarcare l’indissolubile alternanza dei due poli, è invece una preghiera che Petrarca rivolge al Padre del cielo, chiedendogli perdono per aver pensato a Laura invece che a Lui nel giorno in cui si dovrebbe commemorare il suo sacrificio per l’umanità intera. Di conseguenza, tutto ciò che prima era benedetto adesso diventa oggetto di accusa e di pentimento, nella speranza di un futuro migliore e del perdono del suo Signore “miserere del mio affanno”.
Da quanto fin’ora analizzato potrebbe sorgere l’idea che l’amore sia un attimo di gioia per una vita di sofferenza, delusione, tradimento. Io credo che per l’amore possa essere applicato lo stesso concetto che Socrate adottava per spiegare l’idea del bene; secondo lui, chi veramente comprende il significato del bene non può far altro che applicarlo, perché la sua forza è tale da non consentire che possa essere attuata alcuna azione malvagia da quella stessa persona.
La stessa cosa vale per l’amore: chi veramente lo trova non potrà averne altro che gioie e momenti di serenità e, nel momento delle incomprensioni, i due amanti riusciranno a trovare una soluzione grazie al legame indissolubile che Amore ha creato tra loro.



Simona Chillemi, III F Scientifico (docente di lettere, prof.ssa Caterina Brigati)