DALLA CONCORDIA ORDINUM ALL’UTILE E DANNOSO POLITICO


Saggio breve



Cicerone e Machiavelli due uomini che vivendo a distanza di 1500 anni l’uno dall’altro non avrebbero niente in comune se non quello di aver consacrato la propria vita alla politica. Cicerone e Machiavelli erano degli uomini attivi, la politica per loro bisognava farla, entrambi anche se esclusi dalla vita politica continuarono a fare politica attraverso i loro scritti, non smisero di analizzare l’essenza della politica, quale tipo di governo fosse il migliore; giunsero così a una riflessione teorica sulla politica alla luce di un’esperienza diretta del mondo politico e di un’attenta analisi delle vicende storiche a loro contemporanee. Cicerone analizzando quale sia la forma di governo migliore e più durevole giunge alla conclusione della concordia ordinum, vale a dire che le classi più alte, optimates ed equites, dovevano superare le faziosità e prodigarsi concordemente alla pace sociale limitando le azioni sovversive presenti in quel periodo; la formula della concordia ordinum viene rivista da Cicerone nel consensus omnium bonorum, il principio resta inalterato ma viene allargato a tutte le persone agiate e possidenti. L’analisi finale si rintraccia nel De re publica nel quale Cicerone riprendendo il pensiero dello storico greco Polibio vede come governo ideale la costituzione mista di Roma ossia l’unione delle tre forze: monarchica, aristocratica e democratica espresse relativamente dal consolato, dal senato, dai tribuni della plebe e dai comizi popolari, ma questa visione ideale viene rivista da Cicerone dove l’elemento popolare è visto con sospetto in quanto i populares erano portatori di instabilità e moti sovversivi.

La posizione politica di Cicerone appare quindi chiara potremmo definirlo un conservatore illuminato, proclamava le libertà formali senza andare ad intaccare i privilegi di classe, e di ciò non dobbiamo certo stupirci se pensiamo che la piena democrazia si è affermata in tempi alquanto recenti. Se Cicerone si sofferma sul quale possa essere il governo perfetto, Machiavelli si spinge oltre, alla base della sua riflessione, racchiusa nell’opera Il Principe, esamina in modo approfondito e articolato l’ontologia della politica, e pare naturale che in quest’ottica la politica assume conformazione di scienza. Machiavelli parte dall’esperienza “delle cose moderne”, attenta indagine della realtà concreta, e dalla “lezione delle antique”, rintracciare delle costanti nella storia che in Machiavelli ha una conformazione ciclica, per ricavare principi universali.

Tali principi non vanno a costituire un sapere teoretico, Il Principe infatti fornisce strumenti applicabili nel concreto: dai comportamenti che deve assumere il governante al modo in cui deve preservare il proprio principato, dall’importanza di possedere milizie composte da cittadini all’utilizzare la religione come instrumentum regni. La funzione pragmatica che il Nostro vuole infondere alla sua opera risiede nella speranza dello stesso dell’unità dei vari stati che compongono l’Italia sotto la guida di un grande principe. Tenendo presente che alla base del pensiero Machiavelliano vi è il mantenimento dello stato, Machiavelli afferma che la scienza politica è una scienza autonoma, con leggi specifiche, la politica risulta quindi svincolata dalla morale, il governante non deve perseguire il bene o il male, ma l’utile o il danno politico. Il principe deve quindi essere virtuoso vale a dire simulatore e dissimulatore, magnanimo e crudele, pavido e coraggioso, temporeggiatore e tempestivo a seconda delle circostanze, astuto come una volpe e forte come un leone, e in particolar modo deve costruire con lungimiranza argini per contenere i colpi che infliggerà la fortuna e cogliere l’occasione, il momento propizio che essa concede. Anche Cicerone nel V libro del De re publica affronta il tema del princeps: l’optimus rector, l’incarnazione del governante ideale che deve guidare rettamente lo Stato, il suo obiettivo è il bene comune non il bene individuale. Nel VI libro del De re publica, contenente il Somnium Scipionis, Scipione comprende che dinnanzi alla magnificenza dell’universo erano inutili la ricerca della gloria personale e la brama di potere, bisogna agire per il bene comune solo così si aderisce all’ordine universale e all’ascesa celeste.

A differenza di Cicerone, Machiavelli, favorito dal progresso sociale, rintraccia come forma di governo migliore la repubblica basata su istituzioni stabili e svincolate dai singoli cittadini. Il Nostro vede nel principato una forma transitoria, utile a formare uno stato solido. Sia in Cicerone che in Machiavelli notiamo una sfasatura tra il loro pensiero e il contesto storico: Cicerone non si rese conto come gli eserciti personali degli esponenti del triumvirato e le successive guerre tra quest’ultimi avrebbero decretato la fine delle Repubblica romana; Machiavelli invece fu precoce con i tempi, infatti in Italia non vi era quel senso di unità e modernità che avrebbe favorito la formazione di un unico stato, bisogna ricordare inoltre che in Italia erano ancora molto radicate il particolarismo feudale e municipale che non favorivano di certo l’unità dei vari stati presenti in Italia, in assurdo il pensiero di Machiavelli è in accordo col futuro ove in contesti al di fuori dell’Italia i suoi pensieri avrebbero contribuito alla creazione degli Stati moderni. Le riflessioni dell’arpinate e del fiorentino sembrerebbero molto distanti da noi e non attuabili ai nostri giorni, ma la descrizione del governante ideale che al bene personale contrappone il disinteressato bene della comunità non è forse, per quanto utopica, l’incarnazione del governante perfetto svincolato da un tempo e da uno spazio determinato? La loro stessa vita, dedicata incessantemente alla politica, è un esempio da emulare, Cicerone nella seconda Filippica contro Antonio scrive: Defendi rem publicam adulescens, non deseram senex; contempsi Catilinae gladios, non pertimescam tuos (Ho difeso la repubblica da giovane, non l’abbandonerò da vecchio; non ho avuto paura delle spade di Catilina, non temerò le tue!).



Gaetano Avellone, IV F (docente di lettere, prof.ssa Rosa Landa)