IL SAPORE DELL'ARIA

Menzione speciale al concorso letterario nazionale "Modello Pirandello"

il sapore dell'aria novella di Claudio Cucchiara

Signori miei, a uscir pazzo ci vuole poco, ancor meno ad apparirlo agli occhi degli altri, anzi, vi dirò che la pazzia risulta la naturale conseguenza di un processo che parte fin da “picciriddo”. Sì, perché già da quando esci dalla “panza”, caro mio, l’ostetrica ti fa “picciriddo” e tu “picciriddo” rimani e quasi quasi il destino si diverte a toglierti la parola, ad impedirti di discolparti e, così, la trappola te la devi tenere anche quando cresci e se le fasce in cui l’ostetrica ti ha avvolto con amore te le sei tolte da tempo, stai sicuro che con lo stesso amore tutti cercheranno di infasciarti fino a portarti all’estrema unzione!
E questo vivere me lo chiamate? Stare “ammummiato” dal primo all’ultimo sole e magari avere pure la paura di concedersi un minuto d’aria per evitare la disgraziata eventualità di rompere tutte quelle belle fasce che gli altri dispongono con cura, sicuri quasi di recarti un favore, di essere premurosi nell’adagiarti in una forma che finirà per sostiturti.
Non è possibile, amici miei, l’aria prima o poi bisogna assaporarla, è un’esigenza che riguarda proprio tutti, anche la pecorella più mansueta che, tra un pascolo e l’altro, magari si concede di “sdivacarsi” sul prato, restando impassibile di fronte alle urla e alle bastonate del “pecoraro”.
Ho perfettamente ragione e a me potete credere, per quanto è vero che mi chiamo Battista Ferrovieri, eminentissimo impiegato, corrispondente per gli affari locali per conto della ditta edilizia del signor Mozzi, in poche parole, uno sbriga faccende continuamente in giro per mezza Sicilia.
Ebbene sì, Ferrovieri come quella buona anima di mio padre, che di ferroviere non aveva proprio nulla. “Ammantato” si sarebbe dovuto chiamare, perché lui nelle fasce si ci trovava bene, e si trovò pure bene quando mi maritò con quella scorbutica della figlia di mastro Peppino, donna unica al mondo (per vostra fortuna!), dedita perennemente alla nobile arte del chiacchericcio!
Già fin dal primo giorno che la vidi, quella ragazza non mi piacque affatto, e quando iniziò a parlare, la situazione mutò di male in peggio. Altro che fasce, per me era una condanna a morte, una pena insostenibile, ma dietro il mio ribrezzo non potevo di certo nascondere la volontà di far felice mio padre, renderlo sereno dopo aver passato una vita succube delle fasce altrui, almeno per quegli ultimi istanti che gli restavano.
Ma tranquilli cari miei! Se il vostro affezionatissimo avesse fatto la fine che gli si preannunciava, ora non sarebbe qui a parlare con voi, bensì avvinghiato in una camicia di forza da cui difficilmente si sarebbe potuto liberare!
Capitò (e fu la mia salvezza) che io e la mia dolce moglie fossimo invitati ad una cena, gentilmente offerta dal signor Mozzi ai suoi dipendenti, per festeggiare i suoi quarant’anni di infasciamento, e capitò pure che, in quell’occasione, scoppiasse un incendio di passioni tra mia moglie e il mio rispettabilissimo capo, così preso da non curarsi per quella sera delle esigenze di consorte e figli. Una serata da ricordare, meglio di qualsiasi romanzo amoroso! E sì, perché mia moglie aveva da lamentarsi sempre e per ogni cosa… Lei alla festa non voleva venire e, fin da quando glielo anticipai due giorni prima, iniziò ad accusarmi di essere un pupazzo, una piccola animella alle dipendenze del padrone, uno zerbino che doveva risvegliarsi. Ed io, in quella trappola, ci stavo proprio cadendo! Potevo mai farmi calpestare da chiunque, negandomi il rispetto della mia consorte? Eppure, pensandoci su, io non me ne facevo proprio nulla del rispetto di una logorroica signora. Anzi, il suo sdegno nei miei confronti avrebbe sicuramente favorito la fine di quel minimo di dialogo che poteva esistere tra noi e, magari, essere l’inizio di una lite che ci avrebbe portato alla separazione. Signori, è inutile che vi dica che il tutto appariva ai miei occhi come una manna dal cielo e che, quindi, al brioso banchettino dovevamo per forza prendere parte!
Il conflitto, tra me e lei, fu inevitabile, ma, più che altro, si giocò soprattutto tra lei e me, dato che, nei due giorni che anticiparono la festa tanto attesa, la donna in questione scaricò sopra il vostro caro Battista una quantità di insulti e di minacce varie che non posso stare qui a raccontarvi, ma che – credetemi – vi farebbe accapponare la pelle.
La storia andò così avanti fino all’atrio di quel mediocre ristorante cui eravamo stati invitati ma, quando entrammo, gli occhi della gentil signora ebbero nuova luce! Sono sicuro che fu amore a prima vista, dovevate vederli: lei con gli occhioni dolci e la bocca chiusa, lui con un parrucchino che cascava ora da un lato ora dall’altro, rimasto impassibile a fissare la mia metà, mentre la moglie tentava di sistemargli il barboncino sul capo.
Sarà che mia moglie, quando sta muta, ha tutto un altro fascino, ma in cinque anni, passati tra le sue insopportabili fasce, non provai mai nemmeno un pizzico dell’euforia che quella sera aleggiava tra i due! Sguardi, ammiccamenti, cari miei, di tutto e di più… e se io osservavo tutto quanto con il sole stampato in viso, la signora Mozzi sembrava entrare ed uscire dalle fiamme dell’inferno e, spesso e volentieri, mandava i propri “picciriddi” a stuzzicare il padre per distoglierlo dalle attenzioni della mia dolce rovina-famiglie.
A quel tempo, ero ancora un semplice impiegatuccio che passava la giornata a salti di quaglia, tra la casa e l’ufficio, ma dopo quella fatidica sera, il signor Mozzi volle premiarmi, conferendomi l’incarico di andare di qua e di là per l’isola, un giorno sì ed uno no, vendendo e pubblicizzando cementi e calcestruzzi, giusto il tempo di lasciargli la casa libera, per poter consumare di tanto in tanto la propria passione con la mia affezionatissima e logorroica metà. Ed io, tra quelle fasce, mi ci trovavo più che bene, sia per il salario, quadruplicato da eminentissimo corrispondente qual ero rispetto allo “striminzito” stipendio da impiegatuccio, sia per il fatto che a contatto con mia moglie non ci stavo più, se non per mangiare e dormire tra un viaggetto e l’altro.
Un giorno, mi venne affibbiato l’incarico di fare un salto a Marsala per consegnare un certo quantitativo di calcestruzzo. Era di luglio, e con quel caldo, la passione rovente del Mozzi aumentava insieme alle mie spedizioni.
Però, quel giorno, dal caldo si moriva, non si poteva proprio stare e, come facevo soltanto in poche occasioni, mi concedetti di rinfrescare i pensieri presso una fontanella ad una mezz’ora di strada da Marsala, quel tanto per non morire asfissiato.
Ancora non so dirvi se fu la mia salvezza o la mia consumazione, ma sta di fatto che quella fontanella fu per me un’illuminazione, una visione vera e propria. Rimbambito com’ero dall’afa, mi apprestavo ad immergere il capo fumante in quello che, più che una fontana, sembrava un “abbeveratore” per vacche disidratate, quando rimasi del tutto affascinato dai riflessi del sole emanati dal dolce fluire dell’acqua. Dovevate vederla, era una scena bellissima, e, in quel momento, mi resi conto che immergere la testa nella vasca avrebbe significato porre fine anche per un solo istante a quello strepitoso spettacolo di luci. Capite, amici miei? Interrompendo quel flusso, ne avrei ammazzato la natura, la vita che sembrava serpeggiare tra i lucenti riflessi e, pensandoci, non mi risultò così tanto difficile paragonare l’infasciamento, datomi dal signor Mozzi e da mia moglie, di diligente lavoratore e compassionevole marito, alla vile interruzione del flusso d’acqua della fontanella. Per quanto stessi bene tra quelle fasce, non potevo mica rimanere “ammummiato” a vita come fece mio padre, dovevo iniziare a vivere, vivere e basta, libero, signori miei!
Volevo essere un albero? Ed albero diventavo, abbracciato ad ogni tronco che incontrassi nei pressi della fontanella. Un cane? E cane diventavo, camminando a quattro zampe di qua e di là. Passai un’intera giornata in quel modo, libero di fare ciò che volevo, scorrazzando per quell’illuminante giardinetto del marsalese. Stavo veramente bene, altro che fasce! Mi sentivo vivo come non succedeva da tempo, tanto da dirottare la consegna per concedermi a pieno quel breve ed inatteso lampo di vita.
Poi, libero com’ero, mi decisi di ritornare al mio paesino in tarda sera, anticipando il mio ritorno stabilito per il giorno avanti. Anche quella volta, come in ogni commissione che mi venisse affibbiata, potevo contare sulla compagnia di un carretto e di un mulo, incaricato a tenermi, con la propria lentezza, il più a lungo lontano dal felice nido d’amore. Certamente, non potevo mica ricadere nel pericoloso tranello della forma, perché, salito su quel carretto, sarei divenuto, agli occhi degli altri, un infame approfittatore di “sciccareddu” già di suo afflitto dagli spasmi dell’afa. Ebbene sì, anche questa sarebbe stata una fasciatura (una delle peggiori visto che sarei stato io stesso ad ammantarmi) e mi imposi di non ricadere più in una situazione simile.
Che fare allora? La giornata stava per addormentarsi e il caldo non opprimeva più. Agli occhi vostri apparirò di certo pazzo se vi confesso che io, il ritorno me lo feci a galoppate. Volevo essere uno stallone, un purosangue, e di sicuro non avrei trovato un’occasione migliore per testare le mie qualità equine. La strada – ahimé - era ancora rovente, e il pietrisco che mi soffocava le mani, unito alla polvere che si sollevava al passaggio dei carri, giungendomi fin nella gola, mi facevano dubitare della scelta compiuta. Ma cari miei, io stallone ero e volevo essere, c’era poco da fare, e a forza di galoppare non sentii più alcun dolore. La felice passeggiata si prolungò per diverse ore, tanto che cominciai a sentire il bisogno di compagnia, magari di un cane e, solo come un cane giunsi nel paesino natio quando già era notte inoltrata. Inutile dirvi, miei cari, che in casa erano già due e che, presi dalla foga amorosa, non si accorsero che aprii la porta d’ingresso con la zampetta, accucciandomi nel salotto. I due erano veramente presi dalla passione e, dopo aver riposato sul tappeto per qualche minuto, mi andò di essere cane a tutti gli effetti, iniziando ad abbaiare come solo i veri cani sanno fare.
Ma quale piacere possono mai provare i canidi nel gettare guaiti a fauci spalancate? Io quella notte quella sensazione la provai. L’aria entrava dalle narici, provate dalle polveri accumulate durante il tragitto, e si faceva padrona dello stomaco. Ne ero un tutt’uno, mi pervadeva fin sopra gli occhi per poi essere buttata fuori da ululati non molto lontani dalle grida disperate di un cane bastonato.
Io, in casa, cani non ne avevo e non potete capire il dispiacere che provai nel non vedere l’espressione dei due amanti nel sentire il mio primo ululato. Sta di fatto che il signor Mozzi volle fare l’uomo e, uscendo dalla camera con un solo panno addosso per scacciare la bestiola che, - non si potevano spiegare come -, era riuscita ad entrare, si ritrovò dinanzi il vostro finalmente libero ed affezionatissimo, rimanendo a dir poco esterrefatto. Io ero lì, desto, sul tappetino, con il volto ansimante e le vesti stracciate dalle difficoltà della strada. Parole non ne disse, o almeno non ne ebbe la possibilità, dato che, preso dalla mia foga canina, mi dilettai nell’inseguire, tra guaiti e morsi, l’infuocata coppietta per l’intero paesino.
Sul letto, per le scale, per la staccionata, tra le viuzze paesane, giù per i ciottoli della vecchia strada! La mia cara moglie non credeva ai propri occhi ma non aveva il tempo di riflettere, non volendo ritrovarsi azzannata da un falso cane che cane si volle sentire veramente.
I due trovarono la fuga e la stanchezza, per aver preso una così gran boccata di libertà, si fece sentire. Mi convinsi, dunque, di “sdivacarmi” per le scale della mia palazzina, quando notai che il calvo dirigente, reduce da un misto di passioni amorose, timori e sorpresa, si dimenticò del fedele parrucchino, accucciato nell’atrio.
La trama dei fili d’oro si intersecava, rispecchiandosi al chiarore di una luna che sicuramente sarebbe stato un perfetto sfondo per la pantomima passionale in atto, fili d’oro (sembravano quelli di un putto!) che si annodavano, su per una morbosa cucitura che spiccava in un taglio spregiudicato, intrecciandosi con le fantasie di potere che balenavano continuamente per la testa dell’ambizioso direttore. Il Mozzi non lasciava nulla al caso, e notando il singolare copricapo, a lui appartenente, mi rassicurai del fatto che sarebbe ritornato a prenderlo.
Cosa sta tra le fasce e la pazzia? Tra un parrucchino e il potere? Tra la passione e la calura di quella notte di luglio?
Scampato il pericolo, chissà quali pensieri avranno affollato la mente dei due, quali analisi psicologiche per capire cosa mi fosse capitato! Sicuramente, non mi sorprenderei se venissi a sapere che il signor capo dirigente fu preso dal rimorso, dalla convinzione che il tradimento scoperto mi avesse gettato nei meandri della follia più oscura.
Difatti, ormai l’uomo per quella sera era l’audace Mozzi e decise di farsi strada, entrando per primo nell’appartamento, abitato ora da un solo essere, non uomo, non cane, un vivente in tutti i sensi!
La vita pulsava in me e, tra scuse e sbigottimento, il signor Mozzi cercò di farsi largo, di riprendere pieni poteri sul suo subdolo impiegatuccio e, magari, di riappropriarsi dell’amato cimelio dorato che ormai tenevo tra le zampe. Io ero lì, e niente mi avrebbe separato da quel parrucchino e, così, il passionevole amante si fece forza, coprendosi con lo striminzito panno tenuto dalla mano tremante e allungando l’altro braccio alla ricerca dell’oggetto tanto voluto. Cosa può fare un cane? Non potevo mica rientrare nell’infasciamento del cane che abbaia ma non morde. Io dovevo mordere, dovevo e potevo, vista l’occasione offertami dal gentilissimo padrone. Il morso ci fu, e le grida del malcapitato giunsero fin oltre le acque della fontanella marsalese.
Ormai era giorno fatto e tutto il paese sobbalzò, accorrendo, sbalordito nell’assistere ad una scena tanto singolare, sorpreso nel vedere uno squarcio di vita a dispetto della mortifera monotonia quotidiana.
I risvolti, come vi lascio immaginare, furono tragici, e per frenare la mia invidiabile libertà, furono costretti a sedarmi per poi legarmi ad un palo.
Così, mentre i miei cari paesani cercavano di bloccarmi, tra ululati e guaiti, il povero Mozzi si girava e si rigirava, ora avvilito dal dolore da me procuratogli, ora angosciato dalla presenza della moglie, anch’ella accorsa ad assistere allo sconcio accaduto!
Il silenzio, che fino a qualche minuto prima dominava il circondario, era ora inesistente. La gente parlava, mia moglie piangeva, sua moglie sputava fiamme ed io? Io ridevo, flusso vitale ben lontano da coloro che mi circondavano. Io ridevo, mentre mi bloccavano, signori miei, mentre mi bastonavano e cercavano di tapparmi le fauci. Io ridevo, e mi immaginavo immerso in quello squallido quanto illuminante “abbeveratore” marsalese.
Fu l’infasciamento più lieto della mia esistenza e, (difficile a credersi!) mi sentii libero, anche se apparentemente intrappolato da una corda spessa almeno tre dita!
Quel giorno, signori miei, presi la boccata d’aria più grande della mia vita e, con questa, il manicomio in cui vivo ormai da qualche anno.
Ma non siate tristi per il vostro Battista Ferrovieri!
Adesso vivo, inutile nasconderlo. Vivo e delle fasce non ne vedo più nemmeno l’ombra.
Infasciato com’ero (o almeno come mi volevano), infatti, non potevo nemmeno muovermi, e vedevo la vita scorrermi accanto, lambirmi ma non afferrarmi. Sembravo un occasionale passante pronto a ritornare da un momento all’altro nella propria sepoltura formale, mentre adesso, posso permettermi di scodinzolare liberamente per la casa di cura, abbaiare, ansimare o, - perché no ? -, essere un albero nel bel mezzo dell’atrio, un modo per dire ai visitatori “Questo è il manicomio, miei cari amici. Un manicomio di vita per voi che con la vita non avete nulla a che fare. Questo è il manicomio, dove gli infasciamenti possono essere visibili, tangibili e rimossi senza procurare fastidio a chi li dispone. Questo è un manicomio, un casuale straripamento di una piccola fontanella nei pressi di Marsala. Questo è un paradiso, dove è possibile immergere il capo per rinfrescarsi, per dar fine alla calura opprimente delle forme e delle convenzioni, dove è possibile toccare la vita, quella vera, quella che ti lascia senza parole, perché di parole… non ve ne è bisogno, di qualche ululato invece sì!”


Claudio Cucchiara, VC scientifico a.s. 2010/11