La sorella d’America

Nel cielo sfilacciato di bianco neanche un volo di rondini quella sera di aprile e lo scirocco imperversava ricoprendo tutto di sabbia fine e rossastra. Anna scese dalla macchina e una raffica più furiosa delle altre la investì facendole sfuggire di mano lo sportello e costringendola a chiudere gli occhi.

Era bella col tailleur rosa attillato, i capelli neri scompigliati dal vento e la carnagione fresca e luminosa di un’adolescente: nessuno avrebbe detto che aveva già oltrepassato i trent’anni. Si sentì curiosamente osservata mentre si dirigeva verso il grande supermercato. «Cosa hanno da guardare?» pensò infastidita e intanto aveva affrettato il passo e girato l’angolo. Fu fermata da un poliziotto proprio davanti all’entrata. «Cosa è successo?» chiese. «Una rapina. Il proprietario è stato ferito».

Anna si divincolò con forza gridando: «E’ mio padre!» e corse precipitosamente verso la cassa attorno alla quale si accalcava della gente dall’espressione attonita e stravolta. Un nodo le stringeva la gola togliendole il respiro. Tony (così lo chiamavano da quando era tornato dall’America) era disteso sul pavimento colpito da un proiettile al petto, il viso pallidissimo e un filo di sangue sul lato sinistro della bocca. «Papà, resisti! Non è niente» gli sussurrò la giovane chinandosi su di lui e accarezzandogli amorevolmente il volto.

Un attimo dopo si ritrovò seduta sull’ambulanza accanto al padre quasi senza rendersene conto. L’urlo della sirena copriva l’ululato del vento o forse il vento si era placato in silenziosa attesa degli eventi. Tony respirava a fatica, il petto scosso da un sussulto. «La bambina...» disse con un filo di voce: «Papà non stancarti, me lo dirai dopo» Anna gli stringeva con dolcezza le mani. «La bambina…» ripeté, ma già la voce gli moriva in gola e lo sguardo diventava sempre più assente e opaco.

Anna era disperata, non sopportava l’idea di perderlo ora che l’aveva ritrovato. La vita le passò davanti come un film che, nonostante il logorio del tempo, aveva mantenuto il nitore delle immagini e la chiarezza dei particolari. Era stata una bambina senza padre lei, fin dall’asilo, perché Tony era partito per l’America agli inizi degli anni cinquanta e vi era rimasto per più di vent’anni. Non c’era ricordo, dalle recite della scuola elementare alla maturità, dalla Prima Comunione al fidanzamento, che non fosse rattristato dall’assenza di “lui”. Ogni tanto un pacco con qualche regalo: una bambola, un astuccio di colori, un cappottino col cappuccio bordato di pelliccia vera… Era bello scoprirne il contenuto, ma, finito il piacere della sorpresa, la festa si era già conclusa e, ad ogni sua richiesta, il ritornello era sempre uguale: «Quando torna papà». Anche solo fare una passeggiata ai giardini diventava complicato: «Potrebbe succederti qualcosa. Cosa direbbe tuo padre?». E via di seguito. «Quasi peggio che essere orfani» pensava Anna mentre l’ambulanza proseguiva la sua corsa disperata verso l’ospedale.

Tony era tornato pochi giorni prima del suo matrimonio e l’aveva accompagnata all’altare col vestito scuro e la camicia di seta, impeccabile, ma poco più che uno sconosciuto per lei. Piano piano, dopo, il loro rapporto era cresciuto e si era consolidato, finché un giorno… Un bruttissimo, indimenticabile giorno c’era stata una strana telefonata di una donna che parlava in inglese…parlava di una bambina, Mary Rose, che aveva otto anni e che stava per arrivare in Italia: bisognava andarla a prendere all’aeroporto. Lei, la madre, era malata e non poteva occuparsene più, chiedeva a Tony di assumersi le sue responsabilità.

L’arrivo inaspettato di Mary Rose aveva sconvolto l’armonia della famiglia ricostituita a fatica. Nessuno sapeva della sua esistenza, nessuno accettava la sua presenza in casa, né i fratelli, né tanto meno la madre di Anna. Mary Rose era stata portata in un Istituto e quasi dimenticata, perché Tony, se anche andava a trovarla, evitava di parlarne per non riaprire la ferita. Poi era nata la piccola Irene a ristabilire gli equilibri e riportare un po’ di serenità. «La bambina…Era a lei che pensava…» mormorò tra sé Anna, continuando a cercare inutilmente nello sguardo spento del padre un barlume di vita.

Due giorni dopo, al funerale, all’improvviso tutto divenne più chiaro. Anna incrociò per un istante gli occhi neri e spauriti di Mary Rose che stava lì, incollata ad una suora dell’Istituto; rivide in quel momento gli occhi paterni miracolosamente vivi ed imploranti. Si, era lei la “bambina” ! Allora, tese le braccia: «[1]We will go home together» le disse «Sarai figlia e sorella a un tempo».

                                                                                  Maria Rosaria Santoro