PARADOSSO

Il pesante portone grigio rintronò cupo alle sue spalle dopo che una guardia gentile le aveva fatto scivolare in mano una busta: un indirizzo, un po’ di soldi, frutto della generosità di altre detenute che sapevano. Non avrebbe pianto come inutilmente faceva sempre sua madre, non sarebbe andata al funerale del padre, non era più una bambina indifesa, ubbidiente… Anna alzò decisa la vecchia valigia marrone, regalo delle compagne di cella, e si diresse verso la fermata del pullman. Il sole primaverile le riscaldò le pallide guance, un vento leggero le scompigliò i lunghi capelli neri, un tempo lucidi e morbidi, ora opachi, qua e là qualche filo bianco.

Era ancora bella? La vetrina di un negozio le rimandò l’immagine di una donna ancora piacente, lunghe le gambe, alta; indossava lo stesso vestito di allora, lo aveva cucito lei stessa, copiando il modello ritagliato da una rivista che le aveva prestato Maria, la sua vicina di casa. Ma che importanza poteva avere ormai? Ormai, 40 anni e la giovinezza sfiorita in carcere. Non aveva più sogni, non aveva più desideri, non sapeva che farsene di quella libertà improvvisamente ritrovata. Le avevano detto che suo padre, in punto di morte, aveva confessato e lei …

Ripose la busta dentro la piccola borsa consunta mentre il pullman arrivava lento, trovò a stento posto tra due vecchiette che la guardarono curiose, si sedette confusa, disorientata dalla marea di passeggeri che ondeggiava scomposta alla ricerca di un sedile vuoto. Improvvisamente, fanciullesche risate le restituirono antichi ricordi. Suo figlio, rivederlo, almeno a lui dire la verità, spiegargli che la mamma, no, non era un’assassina, la mamma aveva solo venti anni quando il nonno aveva ucciso e l’aveva costretta ad addossarsene la colpa. Si, perché questa era la verità, la spietata verità, la verità taciuta, sepolta con la sua giovinezza.

Ma come spiegarla ad un figlio? Come spiegare ad un figlio che la mamma aveva tradito papà, che aveva amato un altro uomo? Era bello, giovane Nino, la guardava innamorato mentre le incartava le mele rosse, le aveva fatto perdere la testa Nino, per lui aveva dimenticato i rischi, le usanze, la prudenza, con lui aveva conosciuto la follia di un amore senza riserve, senza freni. Rabbrividì. Silenziose le lacrime disubbidirono, rigandole il morbido viso.

Suo padre l’aveva sorpresa nel suo letto nuziale con l’altro. Lo aveva ucciso , l’aveva costretta a raccontare alla polizia che quell’uomo si era introdotto con l’inganno nella sua casa, lei aveva dovuto difendere il suo onore, l’onore della sua famiglia, l’onore di quel marito semplice e lavoratore che aveva l’età di suo padre e le aveva dato una vita dignitosa sottraendola alla miseria, lei aveva dovuto infangare il nome del suo unico amore e rimanere in silenzio sempre, anche davanti al suo avvocato che la guardava perplesso quando lei, ostinata, ripeteva con le stesse parole la sua condanna. Altrimenti il bambino sarebbe finito in collegio, disprezzato da tutti.

Così si usava in Sicilia, così si usava nel suo paese, nella sua famiglia, 20 anni fa. Neppure sua madre l’aveva protetta, era rimasta in silenzio, come sempre. Solo una volta si era ribellata al dispotico marito, lo aveva supplicato di non costringere Anna ad un matrimonio sconsiderato, non poteva volere pure questo sacrificio crudele. Che sacrificio!? Era la sua fortuna quel matrimonio con Turi Dongiovanni, vedovo, senza figli, proprietario di una bella vigna, di una casa nel corso, proprio vicino piazza Vittoria, accanto al negozio di frutta e verdura di Nino Lupo, il figlio di Concetta, la sarta. Una signora sarebbe stata, al sicuro, protetta. Basta, ormai era deciso e un pugno energico sul tavolo aveva messo fine alla vana discussione.

Sconfitta da quell’uomo manesco e senza cuore, era diventata sempre più invisibile sua madre; ingoiava in silenzio le sue lacrime inutili, mentre il ferro da stiro bruciava il lenzuolo buono del misero corredo da sposa. Si era ammalata gravemente sua madre, un mese prima del suo matrimonio con Turi che l’aveva vista crescere e giocare con le sue nipoti. Ormai… Chi le avrebbe creduto? Neppure suo figlio già uomo. Era una storia d’altri tempi, era una storia assurda. Forse, era solo la storia di una povera pazza, di una madre indegna, di una figlia ingrata che non sarebbe andata al funerale del padre, lei era per tutti l’assassina di Piazza Vittoria.

                                                                                  Rosa Landa