LA VEGLIA DEL MOSCONE


Racconto introspettivo



Mi sveglio, sudo, non riesco a prendere sonno…
Scivolo per la buccia di una notte che non mi rispecchia…
Mi alzo, devo…
Vago per il buio, sembra un incubo, non trovo la luce.
Inciampo, cado nell’oscurità, frano in un suolo freddo e rigido, o forse no…
C’è un lume non molto lontano, non posso far altro che avvicinarmi, me lo impone l’istinto: spostare una massa di carne mortale verso il calore, verso il rifugio apparente.
E più la luce si fa grande, meno è presente in me quella sensazione senza dubbio dolce di smarrimento che mi riporta ai preamboli dell’esistenza.
Eccomi, sono giunto in prossimità del “faro”.
Ora nasce in me la voglia di abbracciare una fonte di così grande sicurezza, entrare in simbiosi con un corpo del tutto estraneo eppur sempre più prossimo.
Mi scotto, rimango straziato da una delusione inaspettata, e più ritorna soave la consapevolezza, più la dannata fonte si estranea dalla mia inquietudine.
È buio, ancora una volta, la perdizione è predominante.
Vago senza meta, attanagliato dal dubbio e tutto ha una fine.
Inizia a franare il suolo, la terra è assente.
Tutto ha fine, e crolla anche il cielo, spinto da una umana voglia di porre termine all’esistenza.
Tutto ha una fine, e ora scivolo per dirupi d’infinita colpa, spinto dall’esigenza di sfuggire a un tetto tanto potente eppur così fragile.
Tutto ha una fine, e mi tocca l’amara convinzione di non poter far nulla di fronte al malessere della natura.
Anche la rupe ha la sua fine, e non posso che attendere, inesorabile, il cielo, la sua pesantezza, la mia morte.
Ma, d’un tratto, tra primordiale terra e artificioso spazio, s’insinua un fievole suono, divina melodia che mi culla per le vie della salvezza.
Lontano da una presa fatale, mi lascio guidare, sicuro, verso ambienti di luminosa apparenza, e nuoto nella tranquilla disperazione di un’esistenza segnata dal sublime sapore dell’impotenza.



Claudio Cucchiara, III C scientifico